"L'uomo si è accorto della realtà solo quando l'ha rappresentata.
E niente meglio del teatro ha mai potuto rappresentarla."
 

FRANCO BUZZANCA (direttore degli allestimenti del Teatro Stabile di Catania)

«Ha conquistato la “sicilianità”
interpretando un prepotente ed indimenticabile “Fifì”
nel “Berretto a sonagli” di L.Pirandello,
al fianco del grande Turi Ferro
Insuperabili!»

VITTORIO VIVIANI (attore): "Federico e le parole"

«Federico è un attore di parola. In tutti i sensi. Stentoreo, manovra diaframma, corde vocali, epiglottide per modulare parole, facendole per bene ascoltare e ascoltandosi, un po'. Ma è passione sincera per le parole di autori grandi e indispensabili. S'infervora per la necessità di conoscere Shakespeare, di raccontarlo, recitarlo. E lo recita, accalorandosi! Lì per lì. E così gli sgorgano le parole che più ama.
Federico è un attore di parola perché è un uomo di parola. Onesto compagno di lavoro, onesto amico. Prodigo con le cose sue che condivide con i compagni; è generoso e sincero negli affetti.
È un uomo di parola perché ama. Parlare. È un uomo di...parole. Parole mosse ancora da passioni, civili, intellettuali, per la giusta giustizia. E il tono ancora s'infervora, si alza, s'accalora: è la sua sincera vis polemica perché trionfi il giusto! E giù parole, parole, parole...
Anagrammando diviene ... a prole : le parole prolificano, generano se stesse.
Anagrammando ancora diviene... o perla : rara. Che non si trova. Da ricercare.
Federico è uomo, attore di parole.»

NAKAIRA (gruppo musicale)

«Grazie a Federico abbiamo maturato una nuova consapevolezza del mondo shakespeariano. I brani che ha recitato hanno suscitato in noi uno stupore che la semplice lettura del testo non rivela. Allo stesso modo ci auguriamo di averlo sorpreso con la nostra musica.»

ANTONELLO CAPODICI (regista)

“ … percorsi di un Teatro Moderno.” *
di Roland D. Pringleeston, professore emerito al “Trinity College” – Oxford

( * articolo apparso sulla “International playing review” – Londra, Gennaio '04 )

Come già ebbi modo di scrivere nel mio saggio sui più importanti attori del Novecento “Gielgud, Olivier, McEllan, Federico Grassi e i minori”, edito dalla Cambridge University Press nell'autunno del '98, la moderna metodologia dell'Attore non può essere appieno compresa se non si guarda all'esperienza di Federico Grassi per ciò che questa esperienza realmente è: un lungo percorso verso l'affrancamento da un modello recitativo precostituito ma tuttavia compiuto nell'alveo dei più esemplari canoni tradizionali.
Qualsiasi cosa questa affermazione voglia dire.

Nel corso del mio pluridecennale impegno scientifico, volto soprattutto all'esplorazione sistematica del “fenomeno Grassi”, due sono le certezze massimamente risultate evidenti: uno, Federico Grassi è un attore bravo; due, Federico Grassi è spesso un attore ‘molto' bravo.

Ecco – a suffraggio di quanto sopra affermato – alcuni auterovoli commenti apparsi di recente.

“ … vedendo Grassi recitare, meglio dovrei dire ‘ascoltando' Grassi, assaporando la sua dolce voce di bosso o di cedro, ho la sensazione che il Tango possa a volte abbandonare la certa e sensuale casa di Palermo per trasferirsi su palcoscenici borghesi. Come un Evaristo Carriego poderoso e romantico che sospetto innamorato più del recitare che del conversare.”
Jorge Luis Borges

“ Federico Grassi? Cazzo se ha voce quel ragazzo! E anche tutto il resto, cazzo.”
Charles Bukowski

“ … sentii la battuta detta da Grassi fluttuare nell'aria. Mi sovvenne come un segreto a lungo posseduto nell'infanzia. Ma che, adulto, dimenticai del tutto.”
Antonio Tabucchi

“Se ci fosse una giustizia - una giustizia divina intendo – Grassi dovrebbe essere trasformato in un orrendo gnomo grinzoso: così saprebbe cosa significa vivere anni da sfigato.”
Don DeLillo

“ … il rumore metallico proveniva dal camerino. Sembrava come se un vento gelido d'autunno, calando giù per la grondaia rugginosa, soffiasse fuori basse note d'organo.
Mi affacciai alla porta. Gesù, quello che vidi mi gelò il sangue. E per quanto torcibudella riuscirò mai a ingollare giù da Boe, non riuscirò mai a dimenticare.
Era Grassi. Che ripassava la parte.”
Stephen King

“ Grassi sta ora immobile. Lo sento pizzicare in fondo agli occhi come dopo aver guardato a lungo senza sbattere le palpebre. Sto lacrimando. Sullo sfondo, il giorno chiaro di primavera sfuma con una certa morbidezza gessosa. Il treno s'allontana avvolto da una bolla di estenuata lentezza; Grassi rimpicciolisce sul marciapiede come dentro un cannocchiale rovesciato. Non lo rivedrò più.”
Jean Paul Sartre

A lungo potremmo continuare quest'antologia. Ma la vastità dell'argomento ci indurrebbe allo sterile esercizio letterario. Mi piace però chiudere con il parere più autorevole espresso sul Nostro. Ce lo lascia il più importante regista contemporaneo (dell'epoca moderna?), Antonello Capodici, che nel suo recente libro “Dove ho corretto Stanislavskij” (ed.Baidermaier, Berlino '99) così chiosa :

“Ho conosciuto Federico dopo la mia esperienza di insegnante a New York. Non che dirigere l'Actor's fosse la mia più grande ambizione, ma – come si dice? – bisogna pur vivere. Del resto la mia carriera di maestro di recitazione non sempre aveva portato i risultati sperati: dopo il decennio sprecato a Varsavia, guardate cosa era successo con i miei allievi meno dotati: Grotowski, Flasken e tutti gli altri. Insomma, sono lì che ho appena finito con quest'italo americano terribile che si è messo in testa di fare l'audizione per un ruolo nel “Padrino” (l'ennesima versione trash de “La piovra”, ma in inglese: B–Movie !) quando subito vengo inesorabilmente colpito da questa figura poderosa di interprete romantico ma ambiguo al tempo stesso. Una specie di Bel–Ami in abiti elisabettiani! “Ehi, Al – dico a questo allievo, (Paciotti, Pacini, Pacino: ora non ricordo) – ti dispiace se continuiamo domani?” E invero pensavo dentro di me : né domani né mai, sei così cane! E faccio un cenno al nuovo arrivato. “Sono Capodici – dico – sono qui al posto di Strasberg. Come ti chiami, figliolo ?” Lui mi guarda e fa : “Sono Grassi. Federico Grassi.” E per poco non ordina vodka martini e mi spara dal quadrante dell'orologio.

Cosa volete che vi dica? Era nata una stella.”

ENRICO GUARNERI (attore)

E' proprio vero che la fortuna arride agli audaci e talentuosi
Federico Grassi ne è l'esempio vivente: bravo, preparato, in possesso di tecnica attoriale non indifferente, accoppia a questi requisiti acquisiti, i doni che madre natura gli ha elargito; aspetto imponente ed aitante, fisicità e postura ne fanno un attore eclettico e di grande presenza scenica.
Come sopra detto: fortuna, talento e splendida persona; cosa si può volere di più?
Auguri Federico...minchia però che culo!

DIEGO GUERINI (ingegnere)

Incontrai Federico Grassi quasi vent'anni fa, per caso, in uno di quei singolari momenti della vita nei quali il tuo destino è affidato ad altri.
Bastò uno sguardo ed un rapido scambio di battute per capire che il destino aveva deciso un'amicizia profonda, immanente, sino ad allora ignorata e perciò ancora più sorprendente.
Che sia un bravo attore, non sta a me dirlo.
Ma è capace, e saprà ottenere ciò che gli sta più a cuore.

Roberta GIOVANNINI ONNIBONI (scultrice)

La prima cosa che ho imparato da Federico è scrivere senza sforzo, scrivere solo quando si è mossi da una spinta interiore. Per me vale anche per una lettera, ecco perché, caro Federico, ho impiegato tutti questi mesi. Aspettavo una primavera, una spinta dalla terra. Scrivere la verità, ciò che ho sentito e pensato.

Quando ti ho visto la prima volta, se non avessi saputo che eri l'attore che ci avrebbe tenuto il corso di scrittura teatrale, avrei pensato di essere davanti ad un ballerino, per quella camminata silenziosa con i piedi leggermente divaricati, per il ruotare su te stesso con confidenza, sicurezza, senza il vizio di un'unica direzione. Un'impostazione fisica che mi suggeriva una centralità, un equilibrio, forza, eleganza, e mi dava una certa soggezione. Il timbro della voce non mi ha sorpresa, con quella hai riunito il cerchio. Una bella cassa armonica, volume e cavata. Insomma un pezzo unico.

Ricordo di essermi persa il contenuto di ciò che stavi dicendo poiché ero rimasta incollata a queste considerazioni, raccoglievo emozionalmente ciò che il tuo involucro trasmetteva. Il contenuto non era da meno: il linguaggio, il ragionamento, la logica usata per spiegare la complessità dell'arte della scrittura teatrale era chiaro, impeccabile. Ci hai fatto capire la magia della parola, il suo potere, il suo colore, il suo ritmo. L'importanza della pausa, del silenzio eloquente. Di quanto, una parola, possiamo caricarla di odio, amore, fatica, dolore, ironia, sarcasmo, leggerezza, ambiguità. Di quanto sia importante leggere tra le righe. Di quanto sia importante predisporre il corpo e l'anima a trasmettere intense emozioni. Ci hai insegnato a vivere le parole.

Forse nella vita sono i sentimenti che modellano il corpo, un po' per giorno lungo una vita, in dosi omeopatiche. Si assumono atteggiamenti e posture che sono lo specchio della nostra anima. Pensiamo che nessuno possa accorgersene, “leggerci”. Federico ha questa capacità di lettura, traduce una sequenza di passi mettendoti davanti a te stesso, ti fa da specchio. Ti fa notare quanto sia difficile staccarci da ciò che siamo o pensiamo di essere, di quanto siamo prigionieri di noi stessi, dei nostri monologhi, e di quanto invece sia indispensabile uscire da noi per poterci mettere “nei panni di un altro”, per poter interpretare, scrivere, dialogare, relazionare, con un'ottica ampia, infinita, predisporci ad un'opera aperta, predisporci alla pienezza della vita.

In Federico traspare un'energia vitale che è costante, una passione per ciò che fa che non viene mai meno, è fortificata, è amore.

La tua arte è un prolungamento di ciò che sei, è un'estensione, non potevi essere altro, un artista. Le tue lezioni sono state un'opera aperta con diversi piani di lettura: il gioco delle parti, i ruoli, le maschere. L'ambivalenza delle cose mi ha mostrato con chiarezza la tavolozza dei sentimenti che prendono vita tra i due estremi odio-amore, e di quanto tutto ciò sia figlio della stessa medaglia, sia un unico.

Io che non ho velleità di scrittrice ho imparato a leggere. Le tante letture che ci hai fatto, interpretandole, mi hanno indotto a tornare sui libri già letti, e tutto non era più come prima. Il modo di leggere è un modo di riscrivere, e te ce lo hai insegnato molto bene. Ti dobbiamo molto, non sono state lezioni qualsiasi, hai saputo trasmettere la ricchezza che hai, senza parsimonia, con calore, sapienza, passione e generosità. Sono state anche lezioni di vita, è stato un grande privilegio.
 
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