"L'uomo si è accorto della realtà solo quando l'ha rappresentata.
E niente meglio del teatro ha mai potuto rappresentarla."
 
  in scena Venerdì 1 aprile 2011
Teatro Civico di Vercelli
"UN EROE BORGHESE"
di Luigi Galluzzo
liberamente ispirato all’opera letteraria di Corrado Stajano
regia di Antonello Capodici

"UN EROE BORGHESE …"

Giorgio Ambrosoli : un uomo da amare. Da amare ancor prima che da ammirare:  nonostante le sue molte virtù ce l’abbiano indicato, fino ad oggi, per ciò che egli sarà in eterno :  modello da seguire;  prototipo da emulare. Generazione di uomini con la schiena dritta ed il senso della collettività. Schiera di uomini in silenziosa battaglia; manipolo di eroi ormai perduto, nelle pieghe di un presente – appunto – senza più eroi. Il Paese che usciva dalla guerra e prometteva a se stesso, non il rancore e la ripicca, ma la pacificazione, nel suo senso più alto e più nobile. Lo Stato. La Garanzia dei Diritti innegabili, il Sacro dei Doveri innegati.  La parte migliore di questo Paese. De Gasperi, De Nicola, La Pira.  Pavese, Calvino, Gadda. Strelher, Visconti. Un breve momento di  solenne riscatto. Nel quale si dissero parole, fino ad allora, inosabili : che la povertà è orrenda  e  l’ignoranza uno sbaglio. Che la miseria di tanti - del corpo, delle case, delle anime – è un clamoroso   errore,  e che questo errore finiremo col pagarlo  tutti. L’Italia : questa bellissima idea incompiuta. Questa condizione dell’anima. Irredimibile. Sciascia scrisse : “ … come si può essere siciliani?” Ma già, in cuor suo, correggeva : “Meglio : come si può essere italiani?” Ambrosoli ci dice (e quelli come lui – Falcone, Borsellino, Tobagi – ci dicono) che si può. Si può essere “italiani”, si può essere “normali”, eppure essere allo stesso tempo “onesti” e “per bene”. Borghesi, appunto. Non santi, non mistici, non martiri, non rivoluzionari : ma normali persone di un paese normale. Lo disse a lungo (come a lungo lo dissero altri simili a lui) ma non fu creduto. In un paese in cui l’onestà è sospetta per definizione, la sua rigida, intransigente rettitudine morale fu scambiata, prima per calcolo, poi per delirio. In entrambi i casi, dovettero eliminarla. Chi la eliminò ? Sindona ? Lui di sicuro. Andreotti ? E’ molto probabile. Fu un mandante esplicito ? Non occorreva. Ci sono parole che più che indicibili, sono spontanee. Il Sistema le elabora, come un codice ed una grammatica senza regole. Come parole senza suono. Ambrosoli si prese la sua ordinata razione di piombo. Un po’ per vendetta. Un po’ a monito di eroismi futuri. Molto perché – anche postumo – l’equilibrio ritornasse nella sala macchine del paese : nel Sistema, appunto.
Luigi Galluzzo ha trascritto per noi una bellissima partitura scenica. Una bella, poderosa sinfonia;  a tratti elegiaca, a tratti epica. Un po’ Satie, un po’ Stokhausen. Ma anche Pop e Rock. Contraddittoria, come tormentata e incoerente, fu quell’epoca che impersonò gli anni Settanta.
Giorgio Ambrosoli si muove nel chiaro-scuro dello spazio scenico, fra carte e oggetti, documenti e faldoni, dubbi e sentimenti.  

Attraversa la distanza fra il buio e la luce, riparato solo dalla corazza della sua grisaglia polverosa : la sua divisa da borghese. La attraversa con la certezza che altri (non importa quanti) coglieranno l’ineluttabilità della Legge morale, e di questa certezza faranno tesoro per le generazioni a venire : questa certezza era la sua armatura. Quella certezza, lo fece “eroe”.

Antonello Capodici

 
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